Area Riservata

Peso alle Imagini

Peso alle Immagini

group show
dal 19.12.13 al 25.01.14

 

Studioventuno Tattoo & Art Gallery esce un po’ dal seminato questa volta. Pur restando nell’ambito della illustrazione che ci piace, cambia il supporto.
Dopo le tappe di Napoli, Bologna, Fano e Urbania, Peso alle Immagini sbarca a Salerno.
Peso alle Immagini è un progetto curato da Pierfrancesco Solimene e Rosario Vicidomini che mira a creare una commistione tra il disegno contemporaneo e la centenaria tradizione della ceramica salernitana.
I giovani artisti coinvolti (diciotto tra illustratori, pittori, grafici e street artists, italiani e stranieri) si sono confrontati con la pratica artigianale della ceramica nel corso di sei workshop svolti, nell'estate 2012, presso il laboratorio Solimene Art, a Cava dei Tirreni.
Lo scambio tra competenze artistiche e tecniche, nonché tra diversi approcci culturali, ha generato un confronto tra immaginari che segue idealmente la scia delle contaminazioni avviate nel "periodo tedesco" vietrese, tra gli anni Venti e la seconda guerra mondiale, quando l'arrivo di artigiani e creativi stranieri nelle fabbriche di ceramica salernitane lasciò una traccia ancora oggi visibile nei colori e nei temi decorativi delle ceramiche tradizionali. In quel periodo, pittori, illustratori, artigiani in senso ampio, approcciandosi liberamente alla ceramica, seppero creare, in primitiva semplicità, un'arte autentica che traeva ispirazione dalle suggestioni territoriali. Erano stranieri, per lo più di origine tedesca, che, attratti dall'esotismo della costiera amalfitana, vennero a lavorare nelle fabbriche di ceramica salernitane. Oggi, partendo da questo esempio, in un contesto storico in cui la fruizione delle immagini avviene, per la quasi totalità, attraverso internet ed in cui l'immaterialità comoda va di pari passo con una sempre maggiore superficialità, ridare peso e corpo alle cose è semplicemente una necessità.

In esposizione le opere realizzate da:
Luca Caimmi, Mara Cerri, Cyop&Kaf, Anna Deflorian, DEM, Anton Engel, Lilli Gärtner, Magda Guidi, Eva Montanari, Marino Neri, Guido Pigni, Cristina Portolano, Beatrice Pucci, Sylvie Ringer, Marco Smacchia, Alice Socal, Marco Tabilio, Luca Vagnini.

 

Ulteriori informazioni su:
www.pesoalleimmagini.blogspot.it

Pandemonio - Alfredo Mojo solo show

 

Alfredo Raimondi rappresenta una personalità di spicco tra gli estimatori di tatuaggi.
Classe '74, è noto con lo pseudonimo di Mojo, è irpino di Manocalzati ed è, sinceramente, un artista.
Il suo studio, nato e cresciuto nel centro storico del paesino dell'avellinese, è ricercato, raffinato e cupo. Incarna appieno lo spirito del padrone di casa. Varcarne la soglia introduce in un mondo oscuro e parallelo ma in armonia perfetta con l'ambiente in cui è ed è stato fortemente voluto.
Il desiderio di conservare e valorizzare la propria cultura, primo bagaglio personale, e la continua ricerca artistica, hanno condotto Mojo lontanissimo, ad inseguire nuovi interessi ed esperienze e, allo stesso tempo, lo hanno allacciato stretto, sempre più, alle radici delle sue radici. I toni bruni della sua terra ne hanno plasmano la visione "altra" delle cose. Nella sua produzione si riscontra un' imperante ricerca dell'ombra, di una metà decadente, malinconica e inquieta che appare a taluni quasi sinistra, ma mai macabra.
In occasione di questa sua mostra personale si attraversa una soglia nella produzione di Mojo. Intorno al tema del Pan, che è pure un poco Daemonium, pare di raccogliere finalmente dei rari frutti. Frutti autunnali, ora maturi, degli anni spesi ad indagare l'umana anatomia e l'anatomia dell'animo umano. Coloro che gli sono accanto testimonierebbero di averlo visto percorrere la carta ore ed ore con la sua irrefrenabile mina e con la stessa dimestichezza la tela con il pennello, la pelle con l'ago. L'atteggiamento di Alfredo intento a creare è talmente naturale e lieve che contrasta quasi con la sua presenza fisica. Per lui, come mi è accaduto a volte di poter osservare, fare dell'arte equivale a respirare, quasi meccanicamente spontaneo, quasi riflesso non comandato. Ed è arricchito umanamente anche dal piacere del condividere con gli altri ciò che da solo ha appreso negli anni.
Nella figura di Pan traspare il sunto della sua visione odierna del mondo e della propria umanità. Pan è la creatura mitologica definita nello specifico divina ma non Olimpica, dunque terrena. Mezzo uomo mezzo caprone, il suo posto elettivo è la campagna, la sua forza è natura creatrice. Gli sono sacre le cime dei monti. E' unito alla foresta e più ancora alla parte selvatica di essa, all'abisso e a ciò che è nascosto in profondità. Dalla sua affezione per ciò che era oscuro venne la sua connotazione negativa che lo associava nelle sembianze a figurazioni demonìache, specie nell'iconografia Medioevale cristiana, che ne ha taciuto a lungo il carattere allegro e ingegnoso.
Quasi a ricordare che spesso, quasi sempre, ciò che appare, ciò che si manifesta, non è necessariamente ciò che è, si narrava di come Pan potesse provocare il "panico" in coloro che si imbattevano in lui e lo disturbavano. Addirittura a volte emetteva delle grida terrificanti che finivano per atterrire se stesso, così lo si vedeva fuggire spaventato nei boschi.
Oggi nella figura di Pan quale protagonista di questa mostra, Alfredo Raimondi desidera presentare l'incontro, avvenuto, tra l'umano e l'altro da sé. Il lato oscuro è manifesto, l'uomo e il fauno sono combinati come a lasciarci intendere che avviene attraverso questa figura mitologica ciò che accade per noi tutti: è l'evoluzione, la crescita, la consapevolezza, la completezza. Pan è "Tutto", tutto ciò che tecnicamente, emotivavente e con consapevolezza Mojo desidera mostrarci, ad oggi, del suo percorso di arte e vita.. I suoi Pan sono ritratti di volti viventi, vibranti di questa vita che li attraversa e lascia i suoi segni nelle loro rughe. Nelle loro smorfie non c'è la volontà di atterrire ma di lasciarsi guardare, mostrare come e in cosa mutiamo col tempo. E' questa una mostra il cui tema sottinteso potrebbe essere la sovrumana natura umana.
Come un epitaffio c'è una scritta che campeggia entrando nello studio di Manocalzati e che recita: "Visus Dubius Veritatis". Nelle intenzioni di Mr. Mojo essa doveva riferirsi alla sua peculiare "visione oscura della realtà", oggi la intenderei anche in un altro senso che calza a pennello in questo contesto. Mi pare cioè che in ciò che si può vedere, dunque nell'apparenza, oscilla il dubbio della verità. Come a dire che ogni verità dettata dall'apparenza è da mettere in discussione, il dubbio della verità è da risolvere dietro ciò che si vede, si è visto. Aldilà dei giochi grammaticali è fuori da ogni dubbio che in questo caso, oltre il dubbio di cio' che può sembrare tetro, mostruoso e può far paura, troneggia l'anima bella di Alfredo Raimondi, vestita di nero, nutrita da pura passione per ciò che fa, e, con amore, da sempre, coltiva.

Jana Brike, a taste of “Winter of Love”

 

Jana Brike, a taste of “Winter of Love”

dal 12 ottobre ore 19.30 al 16 novembre

in collaborazione con Mòndopop International Gallery

 

Ci rende estremamente onorati il poter ospitare a Salerno una selezione delle opere che sono state in mostra a Roma presso la Casa Della Cultura lo scorso inverno, in occasione della prima personale in Italia di Jana Brike.
"Winter of Love" era il titolo dell'esposizione curata da David Vecchiato e Serena Melandri, fondatori del progetto Mondopop, che ringraziamo per la disponibilità a condividere con il pubblico salernitano e la nostra galleria il loro fantastico lavoro.
Giovane artista Lettone di Riga, Jana Brike è nata nel 1980 e vanta una lunga carriera espositiva che l'ha resa famosa all'estero, soprattutto negli USA.
La sua produzione è nota ai suoi conoscitori come " impegnata", comunque intrisa di connotazioni che rimescolano e fanno tornare a galla i ricordi di infanzia dell'artista, cresciuta fino all'età di dieci anni sotto il regime Sovietico. Un bagaglio culturale impegnativo che stando a quanto Jana stessa spiegava a David Vecchiato, si manifesta con un certo impeto nelle sue opere. Vi ritroviamo i rimandi al folclore delle fiabe che le venivano raccontate da bambina, ricche di dilemmi etici spesso anche troppo complessi da risolvere e metabolizzare. Vi sono accenni alla cultura "pop" dell'Europa dell'Est uniti ai toni mistici e religiosi trasmessi alla piccola Jana dalla nonna cattolica, che la portava ad assistere alle celebrazioni pompose della sua fede. Certamente un ruolo importante nel suo immaginario è rappresentato dai ricordi dei racconti di terrore e deportazione dei quali i grandi discutevano. Infine le atmosfere ovattate e sospese dei balletti dell'Opera, ai quali sin dall'età di due anni assisteva, e le camminate silenziose nei boschi dove amava perdersi solitaria. Proprio in occasione della presentazione a Roma di "Winter of Love" Jana parlava di come quelle lunghe passeggiate che ancora oggi ama fare le abbiano insegnato a pensare alla natura come un prisma attraverso il quale percepire il mondo con la pienezza dei sensi. Le raffinate bambole ottocentesche che appaiono immerse in paesaggi ovattati, bianchi di neve, sono invece sintesi dell'idea che Jana si è costruita della propria anima. In un inverno dove tutto riposa in quiete e silenzio si pregusta il fiorire dei semi in primavera. Da qui il titolo della mostra "Winter of Love", che narra di un inverno gravido di attese, come accade all'inizio di un amore. Qui l'anima è una bellissima bambola, immobile, per consentire che il mondo interiore si fonda con la natura, in una visione più ampia di amore in cui la presenza dell'uomo diviene relativa.